Ogni anno, puntuale, arriva l’8 marzo.
Mimose, cene tra amiche, serate organizzate, locali pieni. “È la nostra festa.”
Ma l’8 marzo non nasce come festa.
Nasce da una storia di lavoro, sfruttamento, diritti negati. Nasce dalle lotte delle donne operaie tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nasce dalla richiesta di condizioni di lavoro più umane, di salario equo, di dignità.
Nel 1908 a New York migliaia di lavoratrici tessili scioperarono contro turni massacranti e salari inaccettabili. Nel 1911, l’incendio della fabbrica Triangle Shirtwaist causò la morte di 146 persone, in gran parte giovani donne immigrate, chiuse dentro per evitare che si assentassero dal lavoro.
L’8 marzo non è una ricorrenza leggera. È memoria di lotta. È memoria di ingiustizia. È memoria di diritti conquistati e mai definitivamente garantiti.
E allora sì, qualcosa stona.
Stona quando diventa solo un’occasione commerciale. Stona quando la parola “donna” viene ridotta a gadget, mimose regalate in automatico, serate che celebrano tutto tranne la consapevolezza.
Non è moralismo. È coerenza.
Non c’è nulla di sbagliato nel ridere, nel ritrovarsi, nel condividere. Ma se resta solo quello, si perde il senso.
L’8 marzo non è una festa come le altre. È un giorno che chiede memoria. E la memoria non è pesante. È necessaria.
Per questo, per me, non è una serata qualsiasi. È un momento per fermarsi un attimo. Per riconoscere la forza che ha attraversato generazioni di donne prima di noi.
La forza delle donne non si celebra. Si riconosce.
Potrei dire che l’8 marzo è diventato anche rumore. Slogan gridati, provocazioni, corpi usati come bandiere.
Ma la libertà non è esibizione. Non è mercato. Non è consumo travestito da ribellione.
La libertà è poter scegliere senza essere oggetto. È non dover urlare per esistere. È non dover imitare un modello per sentirsi forti.
Il femminismo, quello che rispetto, non è una posa. È il diritto di studiare, lavorare, decidere, dire no. È il diritto di non essere proprietà.
E allo stesso tempo, non posso ignorare le contraddizioni del nostro tempo. Diritti rivendicati a parole e poi svuotati nei fatti. Ideologie abbracciate senza guardare cosa fanno davvero alle donne.
Per questo l’8 marzo non lo vivo come una festa. Lo vivo come memoria.
Accenderò questa candela in silenzio. In memoria di tutte le donne che hanno lottato anche per la mia libertà.
